Scorsese, lezione di cinema
- Redazione

- 25 giu 2018
- Tempo di lettura: 3 min

BOLOGNA/DIALOGO INTERVISTA DEL REGISTA CON QUATTRO COLLEGHI ITALIANI
BOLOGNA. “La luce non è stata mai cosìimportanteneimieifilm.Saràperché da ragazzino c’era per me solo la luce del giorno e quella della notte quando accendevo l’unica lampadina della mia stanza. E poi per me allora c’era anche la luce drammatica della cattedrale di San Patrick a New York che è entrata in molte della mie opere”. A parlare così è il grande Martin Scorsese che a Bologna ha aperto la 33/ ma edizione de Il Cinema Ritrovato (23 giugno - 1 luglio) con un singolare dialogo-intervista al Teatro Pubblico con quattro colleghi italiani: Valeria Golino, Alice Rohrwacher, Jonas Carpignano e Matteo Garrone. Quattro registi che si sono mostrati, più di quanto ci si aspettasse, timidi ed emozionati di fronte all’autore di “Taxi Driver”. Tanti i temi venuti fuori in questo incontro: il valore del restauro, di cui Scorsese è stato antesignano, la sua infanzia a New York, l’importanza della sala. Ovviamente si è parlato anche della sua creatività divisa tra neorealismo ed estetica, ma sulla quale alla fine prevale il cuore, l’idea che bisogna fare solo quello che si sente davvero anche a rischio di essere apprezzati da due sole persone. “Non si può paragonare l’esperienza di condividere con il pubblico un film, come accade solo in una sala cinematografica - dice Scorsese -.L’idea di uscire di casa e andare al cinema va sostenuta. Famiglie, vecchi, giovani andate al cinema e pagate il biglietto! Uscite di casa - invita Scorsese - anche per vedere un film restaurato” . Certo, aggiunge, “il mondo sta cambiando e nessuno sa davvero dove ci porta il digitale, ma non è detto che da questa tecnologia possa scaturire domani un nuovo Beethoven”. Quando finisce un film nessuno sa davvero come verrà percepito :”E’ una cosa che succede ancheame-replicaaidubbidellaGolino -.Sai solo che forse tutti ti daranno contro, ma a questo punto ti puoi fidare solo della fiamma che era dentro di te all’inizio e se quello che hai sentito tu viene percepito anche solo da due persone hai comunque fatto la cosa giusta”. Alice Rohrwacher lo stuzzica sulle sue origini italiane: “Sono cresciuto in una famiglia italo-americana che veniva dalla Sicilia, una grande famiglia di lavoratori in cui si parlava un inglese stentato. Soffrivo di asma, non potevo fare sforzi e giocare più di tanto e così mi portavano sempre al cinema a vedere quei bei western pieni di colori e quegli animali che non potevo mai toccare. Da grande ho scoperto il neorealismo italiano, film come “Roma città aperta”, “Sciuscià” e “Ladri di biciclette” e ho scoperto che quella era realtà vera, la stessa della mia famiglia. Diversi invece i film americani che vedevo. Parlavano anche loro di realtà, maallafinec’erasempredentrounaparte di entertainment”. Sul restauro, vera passione che lo lega con grande forza alla Cineteca di Bologna, mette in guardia: “ Le pellicole vanno conservate - dice più volte - , ma lacosadivertenteècheildigitaleèancora più fragile della celluloide che dura circa cento anni. Il digitale è molto più delicato e se non ci mettiamo mano subito rischiamo, a breve, di perdere tutto”. Proprio a proposito di restauro, ieri sera nella splendida Piazza Maggiore di Bologna ha introdotto la proiezione di un classico del cinema messicano, Enamorada, diretto nel 1946 da Emilio Fernández e restaurato da The Film Foundation/World Cinema Project con Ucla Film & Television Archive, Filmoteca Unam, Televisa e con il sostegno The Material World Charitable Foundation.
















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