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“Sono deportata a Bologna” 

  • 25 mag 2018
  • Tempo di lettura: 3 min


STRAGE DI BOLOGNA/MAMBRO IN AULA COME TESTE. RABBIA DEI FAMILIARI PER LE SUE AFFERMAZIONI

BOLOGNA. "Faccio molta fatica anche a ricordare. Venire qui è faticoso, mi sento una deportata qui a Bologna". Parole che escono di getto, per giustificare alcuni tentennamenti nel tornare con la memoria ai mesi precedenti a quel tragico 2 agosto 1980. Parole accolte da un mugugno - non il primo né l'ultimo - da parte dei familiari delle vittime. A dirle, nell'aula del Tribunale di Bologna dove è in corso il processo che vede imputato per concorso nella strage Gilberto Cavallini, è una delle testimoni più attese, Francesca Mambro, condannata in via definitiva insieme al marito, Valerio Fioravanti, per la strage alla stazione di Bologna: 85 morti e 200 feriti. Attentato per il quale, anche ieri, l'ex Nar che si è assunta la "responsabilità politica, morale e processuale" dei suoi tanti omicidi, si è detta innocente: "Non ho mai perduto l'umanità anche quando ho fatto cose malvagie. Non ho fatto nulla di cui dovermi vergognare oggi a Bologna". Una testimonianza composta, terribile ma lucida. Con una voce quasi sempre calma, nonostante "essere qui - ha detto - è motivo di grande stress emotivo. Perché questo è un luogo dove non dovrei essere né come teste né come imputata per una strage che non ho commesso". Frasi, queste, che hanno fatto male ai familiari delle vittime ("Alcuni hanno detto che non sarebbero venuti perché non se la sentono di essere in aula, né con lei, né con Fioravanti" ha detto Paolo Bolognesi), tanto che la vicepresidente dell'associazione, Anna Pizzirani, a quel punto è uscita per un po’ dall'aula. E mentre con il terzo condannato per la strage, Luigi Ciavardini, c'era stato uno scambio a margine dello stesso processo, "non ho nessuna voglia - ha spiegato Pizzirani - nessun interesse a parlare con lei e con suo marito". Mambro era arrivata inTribunale poco prima delle 10: gli occhiali neri e un foulard colorato intorno al collo. 'Scortata' dal suo avvocato ha superato senza fermarsi lo sbarramento di fotografi e giornalisti ("Come fosse una diva, una star... è una cosa veramente deprimente" ha detto Pizzirani) e si è dileguata tra i corridoi prima di riapparire quando il presidente della Corte d'Assise, Michele Leoni, l'ha chiamata. Quanto al contenuto della sua testimonianza l'ex Nar - rispondendo alle domande dei pm - ha ricostruito le ragioni che la portarono alla lotta armata e a quelle "cose malvagie". Ha parlato dei rapporti che aveva con Gilberto Cavallini ("Eravamo completamente complici") e su Massimiliano Sparti ha detto: "È una persona che ci accusa, ma si smonta da solo". Per prima cosa però ha ricordato i morti di Acca Larentia, l'episodio del 1978 nel quale furono uccisi due giovani attivisti del Fronte della Gioventù davanti alla sede dell'Msi nel quartiere Tuscolano di Roma. All'evento è collegata la morte di un altro militante, che venne ucciso qualche ora dopo da un capitano dei carabinieri. Allora "nell'ambiente si cominciò a riflettere che noi di destra eravamo carne da macello. Dovevamo armarci per difenderci, dopo Acca Larentia non avevamo più diritto alla vita né al dolore. Eravamo oggetto di massacro". In altri passaggi ha poi negato legami con i servizi segreti e con Licio Gelli: "Non ho mai avuto rapporti con lui o con personaggi che gli erano vicini. Stessa cosa per Valerio e penso per Cavallini".


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