“Spartaco” entra nell’arena
- Redazione

- 2 feb 2019
- Tempo di lettura: 3 min
PRESIDENZIALI 2020/IL SENATORE CORY BOOKER ANNUNCIA LA SUA CANDIDATURA

WASHINGTON. Il senatore democratico Cory Booker ha sciolto le ultime riserve e si candida alle presidenziali del 2020. Il suo sogno è diventare il secondo presidente afro- americano della storia degli Stati Uniti, per di più battendo quel Donald Trump che in tanti accusano di razzismo. Ma il suo nome più che a quello di Barack Obama viene associato a quello di Spartaco, da quando lui stesso accostò la sua figura a quella dello schiavo e gladiatore reso famoso dal film di Stanley Kubrick. "Questo è il mio Spartacus moment", disse lo scorso set- tembre in aula, in un concitato e adrenalinico intervento in cui sfidò le regole del Congresso pur di contrastare la scelta di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema.
Fu lì che di fatto Booker lanciò la sua sfida per il 2020. E la stoffa del gladiatore, la tempra del combattente all'ex sindaco di Newark e senatore del New Jersey non mancano, come dimostrano le sue tante appassionate tirate dallo scranno congressuale, condite da un notevole carisma, da una indiscussa dote di oratore e da un talento politico innato e puro. Quelle caratteristiche, insomma, che lo rendono di sicuro la figura più eccentrica, estroversa e imprevedibile della folta schiera di candidati democratici già scesi in campo per le primarie democratiche.
Le primarie più affollate della storia Usa, in cui saranno già in sei a sfidarsi: oltre a Booker, le colleghe senatrici Elizabeth Warren, Kamala Harris e Kirsten Gillibrand, la deputata Tulsi Gabbard, e poi ancora Julian Castro e Pete Buttigieg, senza contare che potrebbero presto scendere in campo Joe Biden, Bernie Sanders e l'Obama bianco Beto O’Rourke.
Per ora Booker con i suoi 49 anni è il più giovane dei contendenti, oltre ad essere l'unico a non essere sposato e che si professa vegano convinto. Nella e-mail ai sostenitori e nel video postato sui social in cui dà il via alla sua campagna invoca un'America che superi le divisioni dell'era Trump e quella che considera una crisi morale che attraversa il Paese. Si richiama poi allo spirito del movimento dei diritti civili che ha portato all'emancipazione dei neri d'America, lui i cui genitori furono tra i primi manager afroamericani a ricoprire il ruolo di manager alla Ibm.
Ma mette subito in chiaro come il suo approccio continuerà ad essere pragmatico, come lo è stato finora lungo tutta la sua carriera politica, alla ricerca di un terreno comune anche con avversari politici con cui è possibile convergere su temi specifici.
"La mia visione è quella di un Paese in cui la nostra storia comune si trasformi in obiettivi comuni, perché la nostra storia è sempre stata determinata dall'azione collettiva". Proprio quest'ultimo, però, può essere un elemento di debolezza per Booker, in un momento in cui tra i democratici, come hanno dimostrato le elezioni di metà mandato, sembra prevalere un vento più radicale e progressista che sfidanti come Harris e Warren sembrano più in grado di intercettare. E il suo appello alla moderazione e a lavorare oltre le tradizionali linee di partito - osservano molti commentatori - potrebbe rivelarsi un boomerang in un momento in cui a pre- valere è il risentimento della base dem verso Trump e i repubblicani.
A mettere a punto la sua agenda ci sarà comunque Addisu Demissie, che come manager della sua campagna lo fece già vincere nel 2013 nella corsa al Senato e che è stato l'artefice della recente vittoria di Gavin Newsom nuovo governative della California.
















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