«Suu Kyi doveva dimettersi»
- Redazione

- 31 ago 2018
- Tempo di lettura: 3 min

GENOCIDIO ROHINGYA/LO AFFERMA L’ALTO COMMISSARIO PER I DIRITTI UMANI: GIUSTIFICÒ I MILITARI BIRMANI
ROMA. La Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi "avrebbe dovuto dimettersi" da leader politica della Birmania per il genocidio della minoranza musulmana dei Rohingya, invece di giustificare le malefatte dei militari. Non solo: si è prestata di fatto a farne da "portavoce", mentre avrebbe perfino dovuto tornare volontariamente agli arresti domiciliari. Il durissimo atto d'accusa è dell'Alto commissario dell'Onu per i diritti umani, Zeid Ràad Al Hussein. E segue di pochi giorni il rapporto della commissione d'inchiesta dell'Onu, che ha documentato quelle violenze che hanno obbligato 700.000 Rohingya a fuggire dal Paese. Il rapporto afferma che il capo dei militari della Birmania, gen. Min Aung Hlaing, e almeno altri cinque generali elencati con nome e cognome, devono essere giudicati dalla Corte penale internazionale (Cpi) per crimini contro l'umanità e genocidio. E punta il dito anche contro la "consigliera politica" del governo birmano, accusata di non aver fatto nulla per opporsi a quelle violenze, malgrado ne avesse il potere, "legittimando" in questo modo il genocidio. La 75enne leader, che ha trascorso oltre 15 anni agli arresti domiciliari sotto il regime militare, paragonata a Gandhi e a Mandela per la sua testimonianza nonviolenta sui diritti umani patita sulla propria pelle, fu nominata "consigliere politico" del nuovo governo civile democratico birmano, quando il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Nld) vinse le elezioni del 2015, pur non potendo essere eletta presidente per un cavillo costituzionale.Ma l'Alto commissario Onu Hussein, noto per esprimersi in maniera aperta e diretta, parlando alla Bbc, se la prende soprattutto per la ormai famosa dichiarazione di San Suu Kyi, dopo mesi di silenzio, secondo la quale ciò che si diceva della pulizia etnica ai danni dei Rohing- ya, degli stupri, degli omicidi, dei villaggi bruciati era un "iceberg di disinformazione". Secondo lui, San Suu Kyi "si trovava in una posizione dalla quale poteva fare qualcosa. Poteva per lo meno non dire nulla. O, meglio, poteva dimettersi", ha detto Hussein alla Bbc. Soprattutto, "non c'era alcun bisogno che fosse la portavoce dei militari. Avrebbe potuto dire: 'Guardate, sono pronta a essere la leader nominale di questo Paese, ma non a queste condizioni. Quindi grazie mille, mi dimetto e torno agli arresti domiciliari... perché non posso essere un orpello inutile, come molti pensano che io sia, quando ci sono di mezzo simili violazionì". Il rapporto dell'Onu, basato su 870 te- stimonianze raccolte nei campi profughi che hanno accolto i Rohingya nel Bangladesh, su immagini satellitari e su documentazione video e fotografica raccolta di nascosto negli ultimi anni, è stato totalmente respinto dal governo birmano. Si tratta, secondo il governo, di "menzogne di parte", non avendo gli investigatori potuto avere accesso alle aree del nord dello stato birmano di Rakhine, dove sarebbe avvenuta la pulizia etnica. I militari, che dopo quasi 50 anni di dittatura, da dieci anni hanno separato il loro potere da quello del governo civile, negano che i Rohingya siano autoctoni e li considerano immigrati clandestini dal Bangladesh e fomentatori di terrorismo islamico. Secondo alcuni osservatori, Aung San Suu Kyi ha di fatto le mani legate e non può mettere bocca su quello che fanno i militari, ma avrebbe anche sfruttato l'onda della diffidenza, per non dire ostilità della grande maggioranza dei birmani buddisti nei confronti della minoranza musulmana.
















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