Svolta nel delitto Macchi
- Redazione
- 19 lug 2019
- Tempo di lettura: 2 min
MILANO/LA VERITÀ SULLA LETTERA A 30 ANNI DALL’OMICIDIO DELLA RAGAZZA
di Manuela Messina

MILANO. Il segreto mi sta “lacerando l’anima, ho una famiglia, ho dei figli. Ho scritto io la lettera inviata alla famiglia di Lidia Macchi”. A oltre trent’anni dall’omicidio della 21enne, uccisa brutalmente nel 1987 in un bosco a Cittiglio, nel Varesotto, ecco l’attesissima deposizione di Piergiorgio Vittorini, il penalista sentito come testimone e che ieri mattina, davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Milano, ha confermato che un cliente gli avrebbe detto di essere l’autore della missiva mandata il giorno del suo funerale. Ha quindi così insinuato un dubbio sulla prova ‘regina’ dell’accusa, la lettera che secondo gli inquirenti sarebbe stata scritta proprio dall’assassino, il 51enne ed ex compagno di liceo Stefano Binda, già condannato all’ergastolo per omicidio volontario aggravato dalla violenza sessuale. Secondo gli inquirenti, quel testo, inviato alla famiglia Macchi e intitolato ‘In morte di un’amica’, fu scritto dallo stesso imputato. Vittorini, avvalendosi del segreto professionale, non ha voluto rivelare l’identità del teste e dunque, sulla utilizzabilità di questa deposizione, i giudici decideranno durante la camera di consiglio. Il penalista ha riferito che una persona si sarebbe presentata nel suo ufficio, alla fine del febbraio 2017, sostenendo di avere scritto la missiva come forma di “protesta” contro una morte ingiusta, facendo un parallelismo tra la morte di Lidia e la “passione di Cristo”. “Non conoscevo Lidia Macchi, ma condividevamo lo stesso contesto di Comunione e Liberazione a Varese”, avrebbe detto il cliente a Vittorini. Cliente che sarebbe anche “una persona laureata, con un alto livello professionale” e che avrebbe scritto il testo, pieno di riferimenti alle Sacre Scritture, come “atto di cordoglio”. Secondo la testimonianza del penalista, il suo cliente gli avrebbe detto di non essersi mai presentato prima alla polizia perché non è in grado di fornire un’alibi per la sera del delitto. E di avere così paura di finire in carcere. La Corte ha aggiornato l’udienza al prossimo 24 luglio per le discussioni delle parti e, forse, per la sentenza. “Non ci sono le condizioni per arrivare alla conclusione finale”, ha detto però il legale di parte civile Daniele Pizzi, che ha chiesto la ricusazione del collegio per “manifesta anticipazione di giudizio”.
















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