Tarantino a scuola da Leone
- Redazione
- 5 giu 2019
- Tempo di lettura: 2 min
LIBRI/“IO SONO REGISTA GRAZIE AGLI SPAGHETTI WESTERN. SERGIO È IL PIÙ GRANDE DI TUTTI”
di Alessandra Baldini

NEW YORK. Tutti conoscono l’amore di Quentin Tarantino per Sergio Leone e gli ‘spaghetti western’, ma questo non rende meno affascinante la lettura di un saggio pubblicato in questi giorni dalla rivista britannica Spectator che il regista di “Pulp Fiction” ha dedicato ai suoi predecessori italiani. “C’era una volta il West’ è il film per cui sono diventato regista”, scrive Ta- rantino in quella che sarà la prefazione a un nuovo libro di Christopher Frayling sul film di Leone pubblicato a fine maggio da Reel Art Press: “Mi ha mostrato come un regista fa quel che fa. Come andare a scuola di cinematografia”. Il saggio fa da contrappunto all’ultimo film del regista (“C’era una volta Hollywood”, il n. 9 dei dieci che Tarantino ha promesso di girare, è stato presentato a Cannes) il cui protagonista (Leonardo DiCaprio) è un attore di western televisivi di serie B il cui manager (Al Pacino), per scaricarlo, decide di mandarlo in Italia a fare quegli ‘spaghetti western’ da lui odiati: “Vai da Antonio Margheriti, Sergio Corbucci e lavora con loro”. Se, tra gli italiani, Leone è stato, per Tarantino, “il più grande”, il saggio è una lettera d’amore al genere e ai suoi maestri: “Nella storia del cinema solo pochi registi hanno affrontato un vecchio genere e creato un nuovo universo”. Sergio Leone, Sergio Corbucci, Duccio Tessari e Franco Giraldi “lo hanno fatto alla grande”, scrive il regista, secondo cui “devi andare alla Nouvelle Vague per trovare un gruppo che amava altrettanto il cinema”, con la differenza che Leone e gli altri “avevano alle spalle una fiorente industria del cinema a cui fare riferimento”. Ed è stato così che alla fine degli anni Sessanta i western americani hanno lasciato il campo agli italiani: “I film italiani non erano stanchi. Quella combinazione di surrealismo e violenza” per Tarantino ha fatto scuola: “Quei film non sembrano violenti per gli standard di oggi, ma all’epoca sembravano molto violenti perché non prendevano la violenza sul serio. Ridevano della violenza, con quel tipo speciale di umorismo macabro”. Un omaggio speciale a Ennio Morricone, che a Tarantino ha regalato la colonna sonora premiata con un Golden Globe per “The Hateful Eight”, e al costumista Carlo Simi: “Uno dei geni poco riconosciuti, ma con Morricone l’arma segreta di Leone”, scrive il regista, secondo cui “set e costumi nei western americani non erano niente di speciale, mentre Simi creava abiti che sembravano usciti da un ‘comic book’, a volte letteralmente”.
















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