Taylor conferma il quid pro quo
- Redazione
- 23 ott 2019
- Tempo di lettura: 3 min
IMPEACHMENT/TRUMP SMENTITO DALL’AMBASCIATORE IN UCRAINA SUGLI AIUTI A KIEV
di Ugo Caltagirone

WASHINGTON. “L’indagine per l’impeachment è un linciaggio contro di me”. E’ primo mattino e Donald Trump, come di consueto, lancia l’ennesima bordata di tweet attaccando i democratici e rinnovando l’appello ai repubblicani a mantenere unito il fronte a difesa del presidente. Ma stavolta si spinge oltre, e paragona la sua situazione a quella delle vittime di una delle pagine più buie della storia americana. Una lunga scia di sangue causata da un razzismo brutale e violento di cui, ancora alla fine degli anni ’60, fecero le spese migliaia di afroamericani barbaramente uccisi. Così bastano pochi minuti e sulle parole incaute del presidente si scatena l’ennesima bufera. Mentre poche ore più tardi cade un altro caposaldo della difesa di Trump. Nella sua testimonianza a porte chiuse alla Camera, infatti, l’ambasciatore in Ucraina William Taylor smentisce il presidente, raccontando come Trump legò la concessione gli aiuti militari all’Ucraina alla richiesta di avviare delle indagini sui suoi rivali politici. Dunque, quel ‘quid pro quo’ che l’inquilino della Casa Bianca ha sempre negato.
Taylor ha anche raccontato che Trump rifiutò di ricevere il nuovo leader ucraino Voldymir Zelenski finché questi non fosse stato d’accordo sulle richieste di indagare sul figlio di Joe Biden e sui democratici Usa per le elezioni del 2016. Potrebbe essere una svolta nell’indagine per impeachment. Intanto l’indignazione della comunità dei neri d’America invade i social, le tv, e scuote il Congresso, dove si parla di “paragone scandaloso” e di “ignoranza della storia” da parte del presidente per aver parlato di “linciaggio”. I democratici accusano Trump di essere ricorso a un confronto “vergognoso”, ma anche molti responsabili repubblicani prendono le distanze dalla nuova sparata di un tyco-on sempre più fuori controllo. “Parole del tutto inappropriate”, sentenzia il numero due del partito al Senato, John Thune.
Insomma, oltre all’imbarazzo per la Casa Bianca, il fronte degli alleati politici del presidente viene nuovamente messo a dura prova dallo stesso tycoon, in un momento delicatissimo dove la tenuta della maggioranza repubblicana in Senato appare in bilico in vista del sempre più probabile processo al presidente. Col caso Siria che sta diventando un boomerang per Trump, e lo stesso leader della maggioranza in Senato, Mitch Mc-Conell, che chiede lo stop del ritiro delle truppe Usa dal Paese. Nel controverso tweet il presidente americano fa riferimento al linciaggio per accusare i democratici che, a suo dire, con spirito giustizialista gli negano un giusto processo e la possibilità di esercitare i propri diritti. “Sta comparando un processo costituzionale con le sistematiche torture che ha dovuto subire gente che ha lo stesso colore della mia pelle?”, si chiede su Twitter Karen Bass, presidente dei deputati afroamericani. Le fa eco Kristen Clark, presidente della Commissione per i diritti civili: “Un linciaggio? 4.743 persone sono state linciate negli Stati Uniti tra il 1882 e il 1968, di cui 3.446 afroamericani. Il linciaggio è un crimine contro l’umanità!”. Dura la reazione anche dei candidati democratici alla presidenza di origini afroamericane. “Il linciaggio è una macchia nella storia del nostro Paese, proprio come questo presidente”, attacca la senatrice Kamala Harris. Mentre Cory Booker sottolinea come “il linciaggio è un atto di terrore usato per affermare la supremazia bianca. Provaci ancora!”, la sua sfida al tycoon. Nel frattempo dalle testimonianze in Congresso emergono sempre più nuovi sviluppi sull’Ucrainagate, tanto che sfuma l’obiettivo dei democratici di votare alla Camera entro la fine di novembre: troppo lavoro ancora da fare. Dal racconto di George Kent, sottosegretario al Dipartimento di stato responsabile per l’Ucraina, è emerso come Trump sia stato influenzato non solo da Vladimir Putin ma anche dal premier ungherese Viktor Orban. Entrambi, il primo in una telefonata dello scorso 3 maggio, il secondo in visita alla Casa Bianca il 13 maggio, convinsero il tycoon che davvero Kiev avesse tentato di minare la sua corsa alla presidenza nel 2016. “Gli ucraini sono gente terribile, corrotta, hanno provato a farmi fuori”, avrebbe detto Trump il 23 maggio ai suoi uomini di ritorno dalla cerimonia di insediamento del nuovo presidente ucraino Volodymir Zelensky.
















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