Terremotati abbandonati
- Redazione

- 19 mag 2019
- Tempo di lettura: 2 min
ROMA/PROTESTA IN PIAZZA MONTECITORIO: “TRE GOVERNI E NULLA È CAMBIATO”

ROMA. Al Governo chiedono “subito la ricostruzione” perché a tre anni di distanza dal sisma che colpì il Centro Italia nell’agosto del 2016, i terremotati di Marche, Lazio, Umbria e Abruzzo, che in circa 500 si sono radunati in piazza Montecitorio, hanno denunciato che “il tempo si è fermato nel cratere” e “nulla è cambiato”.
Quelli che sono cambiati sono i governi. “Tre governi, tre commissari, un sottosegretario - denunciano in un grande striscione affisso in piazza Montecitorio - promesse non mantenute: visite, esami, parole, mentre la ferita resta aperta. Siamo come ci avete lasciati: soli”.
“Hanno incrementato il cratere, da 41 comuni sono diventati 150 - spiega Luigi De Santis di Amatrice - con una dispersione di denaro soltanto per avere dei voti. Ma che ci facciamo dei cinema, dei centri di aggregazione se non si ricostruisce. Voglio un decreto ad hoc, invece ci hanno inserito in quello di Genova e di Ischia”.
I terremotati denunciano “la latitanza” del commissario straordinario per il terremoto, Piero Farabollini, e la “silente vergogna governativa” del sottosegretario Vito Crimi. Sono arrabbiati con tutti i politici “della prima e della seconda repubblica”, tutti “pinocchi” come rappresentato dagli 80 disegni realizzati dai bambini di Camerino, e mostrano in uno striscione le foto “dei responsabili”, in cui, tra gli altri, ci sono Zingaretti, Renzi, Salvini, Di Maio, Borrelli. E rivolti sempre ai politici urlano dai megafoni: “Non ci rappresentante”, “buffoni”, “vergogna”, “il tempo è scaduto”. Ormai esasperati i manifestanti lanciano pesanti accuse sia con gli striscioni (“Se fossimo banche e non persone sarebbe finita la ricostruzione”) e sia a voce, come nel caso di Sergio Riccardi: “Siamo arrivati al paradosso che - sostiene - non tolgono le zone rosse per evitare di innescare il processo di ricostruzione”. Loro che si sentono abbandonati dalla politica invece premono per “la ricostruzione sociale ed economica” del territorio colpito dal sisma e chiedono “misure mirate”: una zona franca di medio-lungo periodo, incentivi alle imprese artigiane e azioni mirate al rilancio delle attività di agricoltura, allevamento e filiera agroalimentare. “Ma tutto questo si può fare - avvertono - se viene garantito lavoro e reddito alle popolazioni terremotate oggi sfollate. Pertanto è necessario garantire un reddito trasformando il contributo di autonoma sistemazione in modo da evitare il rischio di spopolamento e allontanamento dal territorio insito nel cosiddetto reddito di cittadinanza”.
Chiedono, inoltre, che i fondi delle regioni, “sia quelli ordinari che quelli straordinari concessi dallo Stato e dall’Europa”, vengano “riorentati” per progetti “concordati direttamente con gli operatori del territorio” evitando la logica delle grandi opere infrastrutturali inutili. Come accaduto a Castelluccio: “Zero residenti e 17 ristoranti”.
“Il tempo è scaduto - annunciano gli organizzatori del coordinamento dei Comitati Terremoto Centro Italia. - basta passarelle di politici, è ora di agire”.
















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