“Terroristi di ritorno”
- Redazione

- 10 ago 2017
- Tempo di lettura: 3 min
LA PIAGA EUROPEA È “L’INVASIONE” DEI FOREIGN FIGHTERS

Se esiste un dato che ho sempre tenuto presente fin da quando ho iniziato a muovere i primi passi nel mio lavoro, è quello riguardante i cosiddetti “terroristi di ritorno”. Ovvero coloro che sono andati in zone di guerra, come Siria o Iraq, a combattere sotto l’egidia del califfato islamico o di altre entità terroristiche e poi, una volta conclusa la missione, sono tornati indisturbati nei Paesi di partenza. Spesso Francia, Ger- mania o Inghilterra. Ma anche Stati Uniti, Russia e Canada.
il mondo prese finalmente coscienza che un manipolo di terroristi aveva issato una ban- diera e dichiarato uno Stato nei territori a cavallo tra Iraq e Siria, emerse immediata- mente una sconcertante realtà: la stragran- de maggioranza di quei boia vestiti di nero e armati fino ai denti, che sgozzavano e ma- cellavano civili inermi per il 90%, altro non erano che le seconde generazioni di migran- ti musulmani, spesso nate e cresciute in Eu- ropa, talvolta munite di passaporto europeo e dei suoi connessi diritti.
Sebbene le intelligence di mezzo mon- do, fin dai primi tempi, si affrettarono a sti- pulare un cosiddetto “archivio” su questi ter- roristi 2.0, quindi adescati e formati spesso nella segretezza del web, i vari governi na- zionali hanno sempre avuto una forte reti- cenza a varare misure drastiche ed efficien- ti, per rendere difficile un ipotetico ritorno in patria dei foreign fighters. In alcuni casi, come quello italiano ad esempio, il gover- no si è addirittura trasformato in scafista, importando personalmente centinaia di mi- gliaia di persone dalle coste libiche alle coste sicule. Ovviamente, nessuno può ga- rantire sul pedigree criminale di tali perso-
ne, ma tutto lascia presagire l’infiltrazione di più cellule che sono tornate in Europa nella totale segretezza ed impunità.
Ma a prescindere dalle folli politiche mi- gratorie italiane, il problema riguarda tutta l’Europa. E, ovviamente, grazie a Schengen, la libera circolazione di merci e persone ha garantito ai terroristi di ritorno un pass par- tout per varcare confini nella massima tran- quillità. Ed ecco le preoccupazioni dei fran- cesi.
Ben prima dell’arrivo di Macron, la Fran- cia viveva sostanzialmente uno stato di as- sedio, con attacchi terroristici ripetuti e de- vastanti, da Parigi a Nizza, dal profondo nord all’opulento sud. Un dato legava questi at- tentati terroristici: spesso erano compiuti dalle seconde generazioni di migranti, an- cor più spesso tali terroristi erano di ritor- no da viaggi in Medio Oriente, quasi sem- pre erano stati radicalizzati ed istruiti onli- ne. Sostanzialmente, quindi, questo rappor- to svela un segreto di pulcinella. Eppure rie- sce a cogliere nel segno.
Perché dopo anni di attacchi compiuti in ogni dove e con ogni mezzo, fiumi di san- gue versati e migliaia di vittime da piangere
ai quattro angoli del vecchio continente e in Nord America, ci si interroga ancora sul- le misure da adottare per contrastare tale fenomeno.
Se c’è un qualcosa che il mio lavoro mi ha insegnato in questi anni, è che con il ter- rorismo non si tratta ne si scherza. Per dirla alla Rudy Giuliani, con il terrorismo si deve attuare sempre e comunque la tolleranza zero. Indagini preventive, velocità della giu- stizia, più poteri ai corpi di intelligence e polizia, gestione delle emergenze affidate ad esperti e non a politicanti, fondi econo- mici a tutte quelle entità che ogni giorno si spendono nella lotta al terrore e molto spes- so non hanno i mezzi sufficienti per poterla attuare. E molto altro.
Se migliaia di bombe umane camminano nelle nostre strade, il nostro dovere è quel- lo di scovarle, assicurarle alla giustizia, con- dannarle senza indugio. Il rapporto del Mi- nistero degli Interni francese parla chiaro. Siamo in guerra e ci resteremo per un pò. La nostra civiltà deve prendere coscienza che, se vuole sopravvivere, dovrà combat- tere con tutti i mezzi possibili il terrorismo non solo in Medio Oriente ma, soprattutto, nelle nostre sempre più vulnerabili città.
















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