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Troppi buoni sentimenti



LE REAZIONI DELL’OCCIDENTE ALLE DIMOSTRAZIONI IN IRAN

Quel fiume di persone che attraversa inesorabile, paziente, senza alcuna paura e con grande dignità, le strade ormai mal ridotte di Teheran, rappresenta un simbolo dei tempi che stiamo vivendo. Ipocriti, meschini, vigliacchi, schiavi del politically correct. Ma prima di parlarne, facciamo un passo indietro. Quando pochi anni addietro, l’amministrazione Obama firmò un accordo nucleare con il regime teocratico instaurato in Iran da Khomeini ormai nel lontano 1979, il mondo salutò tale trattato come una manna dal cielo, una sorta di benedizione scesa sulla terra per portare pace, prosperità e disgelo tra due Paesi che ormai da quattro decenni non hanno relazioni. In pochi, per dir la verità, si sforzarono di analizzare approfonditamente quell’accordo che rafforzava nei fatti il brutale regime ultraintegralista iraniano, armando la mano a coloro che da sempre supportano il terrore ai quattro angoli della terra, rendendo l’ex Persia una sorta di potenza nucleare in una regione stretta nella morsa del fondamentalismo islamico. Nessuno provò a contraddire la scelta sbandierata come una conquista dal premio Nobel per la Pace, il presidente Obama per l’appunto, come una decisione quanto meno rischiosa nel dare del potenziale atomico a chi non ha remore a sfruttarlo per fini militari. “Così riporte- remo la pace nel mondo”, liquidando sul nascere qualsiasi blanda critica mossa nei suoi confronti. Ma soprattutto, in pochissimi, si sforzarono di apreire gli occhi sul quel malessere che già covava all’interno di una larga parte di popolazione iraniana. Oggi quel fiume di persone che aspirano a vivere in una democrazia, quella massa potenzialmente incontrollabile di uomini e donne ormai stanchi di vivere in un regime totalitario e totalizzante, ricordano all’Occidente la portata dell’errore commesso non solo con un accordo nucleare che puntualmente si sta trasformando in un boomerang per la sicurezza internazionale, ma anche con un lassismo cronico nei confronti dell’integralismo militante che controlla il paese che fu dello Scià e il Medio Oriente in generale. Ed ecco che avrebbe molto su cui riflettere di Oscar Bartoli l’Occidente, guardando quella marcia composta che si snoda nelle strade di Teheran, peraltro repressa comunque nel sangue dalle guardie della “rivoluzione” sguinzagliate dal governo. Quell’Occidente che è sempre pronto a sfilare in parate per la pace dopo ogni attentato terroristico, senza mai azzardare alcuna reazione effettiva contro il terrore dilagante nelle nostre città, sostanzialmente ora ignora chi nel terrore ci vive e, molto spesso, ci muore da ormai de- cenni. Complicità? Forse no. Paura? Forse si. Ipocrisia? Sicuramente. Perché bisogna essere profondamente ipocriti nell’ignorare l’esigenza, la voglia, il diritto alla libertà di milioni di persone vessate dagli scagnozzi di Khomeini. Bisogna essere assolutamente ideologizzati per bollare come “marcia strumentalizzata” o, come sempre, “organizzata e fomentata dagli Usa” una legittima richiesta di diritti civili, politici e sociali in un Paese dove queste parole sono ormai un’eresia. Ed ecco che nessuna TV o quasi, parla di quel che sta accadendo a Teheran. Nessun giornale. Nessuna radio o opinion leader, che provi a dire quattro parole su un movimento potenzialmente storico. Ma, e di questo ne siamo ormai certi, in Occidente abbiamo due pesi e due misure per valuta- re tutto quel che accade intorno a noi. Che parliamo di un Presidente, di un attentato terroristico o di un accordo siglato con un regime fondamentalista, abbiamo sempre una bilancia tarata in modo stranamente parziale. Abbiamo perso la libertà di essere imparziali, talmente siamo imbevuti di ideologia e buoni sentimenti da quattro soldi. Quasi non riusciamo più a sopportare il peso, ma io lo chiamerei l’onore, di essere una civiltà farò nella storia in quanto a libertà e diritti per tutti. Sembra quasi che non ne possiamo più di assumerci le nostre responsabilità, ammettere I nostri errori laddove ne compiamo e, se serve, condannare senza mezzi termini o addirittura combattere, coloro che della mostra civiltà ne farebbero volentieri a meno. Gli iraniani che coraggiosamente sfilano e invocano la libertà, sono uno schiaffo al volto di tutti coloro che, colmi di perbenismo e ipocrisia, strizzano l’occhio ai regimi totalizzanti, spesso islamisti, ma sempre e comunque sanguinari. I coraggiosi iraniani lungo le strade di Teharan, sono uno specchio in cui gli occidentali dovrebbe mirarsi, per avere un’idea di quanto in basso siamo caduti, incapaci di reagire a chi vuol cambiare la nostra storia, incenerire I nostri valori, demolire le nostre conquiste. Quegli iraniani, donne, uomini e bambini, sono una speranza anche per tutti quegli occidentali che ancora usano il raziocinio per valutare gli eventi che li circondano. Sono uno spiraglio di futuro, in una terra ormai martoriata dagli imam integralisti. Sono una voglia di riscatto, in un Medio Oriente ormai soggiogato dal terrorismo Islamico. Sono un flebile ma prodigioso soffio di speranza, per tutto il mondo e, paradossalmente ancor di più, per un Occidente schiavo del perbenismo e che deve riscoprire I propri valori, per poter sopravvivere alla minaccia terroristica e, forse, anche un po’ a se stesso.


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