Trump alla Fed: un piccolo taglio non basta
- Redazione

- 30 lug 2019
- Tempo di lettura: 2 min

NEW YORK. Donald Trump entra a gamba tesa nella settimana cruciale della Fed, quella dell’atteso primo taglio dei tassi dalla crisi del 2008. Una riduzione del costo del denaro, attesa di un quarto di punto, con cui la ban- ca centrale segnala un’inversione di rotta rispetto alla sua iniziale volontà di tornare a una politica monetaria normale. Un taglio che arriva anche se la ripresa americana è alla prese con la più lunga espansione economica dal 1854.
L’attacco di Trump è affidato, come ormai da tradizione, a una serie di tweet infuocati che mettono sempre più all’angolo il presidente della Fed Jerome Powell. “L’Europa e la Cina ridur- ranno ulteriormente i loro tassi di interesse e pomperanno fondi nei loro sistemi, così da rendere più facile per i loro produttori vendere i loro prodotti. Allo stesso tempo, con un’inflazione molto bassa, la nostra Fed non fa niente, o probabilmente farà molto poco” twitta il tycoon.
Poi non contento aggiunge: “La Fed ha fatto tutte le mosse sbagliate”, alzando i tassi troppo e troppo velocemente, facendo così perdere agli Stati Uniti un “impressionate” potenziale di creazione di ricchezza. Ora “un taglio dei tassi contenuto non è abbastanza” tuona il presidente, lasciando trapelare la sua insoddisfazione per l’attesa mossa della Fed.
Le parole di Trump sono l’ennesima gelata per la banca centrale, che mercoledì annuncerà le proprie decisioni di politica monetaria. Le chance di un taglio di 25 punti base sono date all’80%, mentre al 20% si fermano quel- le per un taglio più forte. Zero invece quelle per lo status quo.
Alla base della riduzione del costo del denaro c’è il rallentamento dell’economia globale e di quella americana, ma anche una guerra commerciale di cui non si intravede una fine. Le trat- tative fra Stati Uniti e Cina sono riprese ma le aspettative sono basse, con lo stesso Trump che ha ammesso come la Cina potrebbe attendere fino alle elezioni del 2020 per siglare un accordo. C’è poi il nodo dell’inflazione che, nonostante una disoccupazione ai minimi storici, resta ben lontano dal target del 2% della Fed.
La riduzione del costo del denaro attesa vuole essere un’assicurazione affinché la ripresa continui: è meglio prevenire che curare, come ha spiegato il presidente della Fed di New York, John Williams, nei giorni scorsi. E anche un’implicita ammissione che restano debolezze nel mercato del lavoro. Con il taglio dei tassi la Fed segnala che d’ora in avanti il costo del denaro sarà probabilmente più basso rispetto al passato.
E questo - affermano gli analisti - lascia l’economia in una posizione di debolezza. Tassi bassi rischiano poi di creare bolle finanziarie, in grado di presentare il loro salato conto più avanti negli anni.
C’è però chi legge nel taglio uno sforzo senza precedenti da parte di un presidente della Fed per estendere la ripresa anche a coloro che finora ne sono rimasti tagliati fuori. Se il taglio di mercoledì è dato per scontato, l’obiettivo degli analisti è cercare di individuare le prossime mosse della Fed, ovvero se ci saranno o meno nuovi tagli quest’anno. Il dato sul pil del secondo trimestre, cresciuto del 2,1%, ha raffreddato le attese: se l’economia continuerà a crescere a tale velocità per la Fed giustificare ulteriori riduzioni del costo del denaro sareb- be complicato.
















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