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Trump attacca l’Onu

  • 28 dic 2016
  • Tempo di lettura: 3 min

COSÌ SU TWITTER: “UN CLUB DI CHIACCHIERE DOVE LA GENTE DI DIVERTE”


NEW YORK. Per la terza volta dopo l’astensione Usa in Consiglio di Sicurezza Donald Trump sferra fendenti contro l’Onu: “Un club di chiacchiere dove la gente si diverte”, ha tuonato il tycoon, scatenandosi su Twitter da Mar-a-Lago dove sta trascorrendo le vacanze. Una serie di messaggini da 140 caratteri in cui critica i media che non hanno capito nulla sulla sua Fondazione, per poi però essere gelato dalle autorità di New York che, ricordando le indagini in corso, “demoliscono” il suo piano di sciogliere l’organizzazione per iniziare a risolvere il conflitto di interessi. Trump va avanti per la sua strada e, con un terzo tweet, celebra la sua vittoria, che ha inaugurato un’era di “speranza” per un mondo che prima di lui era “cupo”. Il tycoon sembra dimenticare le grane che spuntano giornalmente all’interno del suo staff: ultima in ordine temporale la denuncia di “Politico” sui posti di lavoro offerti ai finanziatori della sua campagna. E la nomina di Jason Greenblatt, legale della Trump Organization, al ruolo di “negoziatore internazionale”, che rischia di alimentare le polemiche sul conflitto di interessi. Trump ha nominato anche un ex dell’amministrazione di George W. Bush, Thomas Bossert, a consigliere per l’anti-terrorismo. Ma nella serie di tweet è col Palazzo di Vetro che il tycoon scarica vetriolo: “L’Onu ha grande potenziale, ma per ora è solo un club dove la gente si ritrova, chiacchiera e si diverte”, ha scritto Trump sul sito di microblogging concludendo con una delle sue classiche espressioni: “Triste!”. Il tycoon non è il solo, né il primo, a criticare le Nazioni Unite. Non da oggi l’Onu ha nemici a destra e a sinistra. Se ai paesi in via di sviluppo non piacciono gli arcaici meccanismi che privilegiano poche le nazioni che contavano quando l’organizzazione fu fondata 71 anni fa, ai conservatori, soprattutto negli Usa, l’organizzazione mondiale appare una fonte inesauribile di sprechi. Tuttavia negli otto anni dell’amministrazione Obama gli sforzi Onu per mediare conflitti intrattabili, portare aiuto a vittime di guerre, carestie e disastri naturali, salvare il clima, avevano creato una inconsueta luna di miele tra Washington e Nazioni Unite. Come far fronte all’elezione di Trump è forse il dossier più complesso che il Segretario Generale Ban Ki-moon lascerà al suo successore Antonio Guterres il primo gennaio dopo aver premuto, alla mezzanotte di Capodanno, il pulsante che sgancia la mitica palla di luci di Times Square. Cambiamento climatico, Siria, dramma di rifugiati e migranti, terrorismo sono certamente più complicati dopo il radicale cambio della guardia a Washington: in testa a tutto, il Medio Oriente. Gli Stati Uniti sono il maggiore contributore al bilancio del Palazzo di Vetro. Ancor prima del voto sulle colonie ebraiche non sembrava infondato uno sforzo della nuova squadra di sforbiciare i fondi, ma l’astensione Usa in Consiglio ha anticipato lo showdown. “Dopo il 20 gennaio si cambierà musica”, ha promesso Trump dopo l’adozione di una condanna vincolante che lo stesso tycoon aveva personalmente cercato di spedire su un binario morto. Con alcuni senatori, da Lindsay Graham a Ted Cruz, che hanno già chiesto un gioco al ribasso dei finanziamenti. Particolarmente a rischio sono adesso i fondi volontari ad alcune agenzie Onu come l’Unrwa, che si prende cura dei profughi palestinesi, o l’Unpfa, una bestia nera della destra religiosa per promuovere la pianificazione familiare nei paesi in via di sviluppo.


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