Trump: “Non sono razzista”
- Redazione

- 16 gen 2018
- Tempo di lettura: 3 min
CASA BIANCA/I REPUBBLICANI TEMONO UN CROLLO NELLE ELEZIONI DI MIDTERM

NEW YORK. Un anno vissuto pericolosamente sta per terminare alla Casa Bianca. E’ quello di Donald Trump, che insediatosi il 20 gennaio scorso non ha deluso le attese di presidente anti-establishment e professionista del ‘politicamente scorretto’. Dedito non solo a rottamare il più possibile l’eredità di Barack Obama, ma anche a sparigliare decenni di consuetudini nella politica americana. E accentuando le divisioni in un Paese dove la que- stione razziale è lungi dall’essere archiviata nei libri di scuola.
“Non sono un razzista, credetemi... sono la persona meno razzista che abbiate mai intervistato”, si è difeso con i giornalisti in Florida, dove ha trascorso il lungo weekend del Martin Luther King Day. Una giornata al- tamente simbolica per l’intera comunità afroamericana, con il cinquantenario dalla morte dell’icona dei diritti civili che - ironia della sorte - cade nel pie- no dell’ennesima bufera sul tycoon.
Reo, secondo quanto raccontano alcuni senatori, di aver offeso gravemente gli stati africani definendoli ‘cesso di Paesi’. Quelli in cui i neri d’America affondano le loro radici e da cui provengono molti degli immigrati a caccia del ‘sogno americano’. Trump nega pià volte di aver pronunciato quella frase, ma viene smentito da alcuni senatori presenti all’incontro nello Studio Ovale in cui si doveva fare il punto sulla riforma dell’immigrazione. Mentre altri affermano di non aver sentito. Fatto sta che in tutte le ‘black church’ d’America è stata una giornata sì di festa, ma soprattutto di riflessione su quanto sta accadendo, e su cosa riserva un futuro oggi meno roseo di quanto fosse percepito fino a qualche tempo fa: un sentimento comune da Harlem ai ‘ghetti neri’ di Chicago, Detroit, Atlanta, e soprattutto nel profondo sud dell’Alabama, della Louisiana, del Mississippi, della Georgia.
Dove nessuno scorda un passato di segregazione e l’ambiguità di un presidente che non ha mai smentito in maniera dav- vero convincente i suoi legami e le sue simpatie con ambienti dell’estrema destra
xenofoba e razzista. Ma tutte le minoranze - ispanici, musulmani, asiatici - si sentono oggi più minacciate che mai per le poitiche della nuova amministrazione. Un’enorme fetta dell’elettorato, comun- que.
E proprio per questo ad essere terrorizzati da un presidente che si è dimostrato ingestibile sono soprattutto i vertici del partito repubblicano, che nelle elezioni di metà mandato a novembre temono un vero e proprio tracollo.
Trump ne è consapevole, e sa che questo può avere un impatto devastante sulle sue chance di essere rieletto nel 2020. A Camp David, negli ultimi giorni delle festività di fine anno, ha ricevuto un briefing dettagliato da parte dei leader repub- blicani in Congresso.
Gli scenari vanno dal bagno di sangue, in cui i democratici riconquistano la maggioranza alla Camera e al Senato, al mantenimento del controllo delle due camere ma con una grave perdita di seggi. A pesare soprattutto le molte defezioni, con tanti senatori e deputati che non vogliono più candidarsi, anche perché non si rico- noscono nella gestione Trump. A questo si unisce la difficoltà di trovare nuove candidature forti. Così alla Camera, secondo i calcoli, sarebbero almeno 29 i seggi repubblicani a rischio. Ma prima del voto di midterm c’è da pensare ai prossimi giorni.
Una settimana critica e cruciale questa, in cui il Congresso deve trovare un accordo per evitare lo ‘shutdown’, ossia la paralisi dei fondi per finanziare le attività del governo federale. Un accordo finora legato all’intesa sull’immigrazione che sembra, in queste ore di polemiche, essersi allontanata. Con un clima di fiducia tra democratici e repubblicani sempre più avvelenato.
















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