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Trump scomunica l’Onu



DOPO IL DISCORSO DEL PRESIDENTE IN PERICOLO LA LEADERSHIP DEGLI USA

Ci si aspettava che Donald Trump debuttasse come oratore all’Onu parlando soprattutto della Corea del Nord e in termini inevitabilmente duri. Invecil presidente Usa ha parlato soprattutto dell’America e dei suoi nemici, inclusa naturalmente la Corea del Nord ma non come eccezione malata in un angolo del mondo, bensì della posizione e del ruolo dell’America nel mondo. E in quella che dovrebbe essere la culla della pace ha parlato soprattutto di guerra e quindi ha distribuito rampogne, moniti, scomuniche e ultimatum a un po’ tutti gli altri Paesi della Terra, dipingendo la situazione mondiale di oggi, minacciata innegabilmente soprattutto dal dittatore pazzo di un piccolo Paese, in termini che negano e quasi cancellano tutti i frutti della leadership americana sul pianeta, in- cluso il tramonto della Guerra Fredda e quella che dovrebbe essere l’apertura di una nuova era. Queste le impressioni e le reazioni un po’ ovunque, a cominciare dall’America stessa, che vede in pericolo le basi stesse della sua leadership dopo la Seconda guerra mondiale, leadership coronata dalla fine vittoriosa della Guerra Fredda. Quello che Trump ha detto nel suo discorso si può riassumere, volendo, in poche righe. Esso è stato centrato sulle follie del dittatore di Pyong- yang e sui pericoli reali che egli vorrebbe rimettere in circolazione; ma ha dipinto il pianeta come se fosse caratterizzato proprio da Kim Jong-un e quindi sull’orlo di una guerra generale. Come se Trump prendesse alla lettera le farneticazioni paranoiche di quel capo tribù. Kim gli ha fornito di nuovo l’occasione, continuando a parlare di guerra e di armi nucleari e Trump gli ha risposto su scala planetaria. Si è sforzato di rilanciare, superandola, la sua minaccia di un paio di settimane fa, quella contenente la visione apocalittica di fuoco e venti. Ci è riuscito, minacciandola di “distruzione”. Risposta a una sfida criminale che contraddice tutti i progressi compiuti dal mondo dopo laSeconda guerra mondiale e rispondendo più o meno sullo stesso tono. Al punto da diffondere disorientamento fra i rappresentanti di quasi duecento Paesi riuniti nel palazzo dell’Onu e dell’opinione pubblica mondiale, compresi i governi alleati e amici. Le minacce giustificate a Pyongyang l’uomo della Casa Bianca le ha estese a mezzo mondo, a cominciare dall’Iran, che è un focolaio di tensioni, ma ha ambizioni anche avventurose ma limitate a una provincia del mondo e perfino al Venezuela, travolto dalla povertà in dimensioni con pochi precedenti ma sotto un regime che è unadenunciando le sue tante carenze e contraddizioni, ma in sostanza bocciandola. Donald Trump ha bocciato il mondo. Non solo i non pochissimi governi che meritano le sue critiche, ma il pianeta come è di cui gli Stati Uniti costituiscono praticamente la sola eccezione. Che Donald Trump fosse un nazionalista, lo si sapeva da quando egli ha cominciato a parlare di politica. Tutti i precedenti inquilini della Casa Bianca hanno curato in primo luogo gli interessi americani, come era loro dovere, ma avevano cercato di garantire la pace nel mondo con questa forza americana. Usando le poltrone dell’Onu come foro simbolico. A queste tradizioni Trump contrappone un solo obiettivo, un solo ideale, una sola parola: “America First”, uno slogan lanciato in quello che dovrebbe essere il mondo di ieri, una formula escogitata all’alba della Seconda guerra mon- diale dagli isolazionisti. “America First” era un invito agli Stati Uni- ti a tenersi fuori dagli affari mondiali, neanche per affrontare l’onda del totalitarismo nazionalista. “America First” per Trump significa farsi gli affari propri e che gli altri si arrangino. L’Onu con tutti i suoi difetti è stata un’invenzione americana: oggi un presidente americano ha praticamente scomunicato l’Onu. Non si è limitato a rinfacciargli le sue mancanze, contraddizioni e debolezze, ma ne ha dipinto l’irrilevanza non solo pratica ma anche “ide- ologica”. Ha avuto termini spregiativi perfino per la Nato, presentandone non pregi e difetti ma unicamente i costi e la loro distribuzione in cui l’America ha certamente pagato un prezzo “sproporzionato” nel quaderno dei bilanci ma in realtà coerente con il ruolo e il potere di Washington al suo interno. Chi ha un po’ di memoria riconosce i concetti e il linguaggio della campagna elettorale che ha portato Trump a una vittoria inattesa all’insegna di “America First”. Ma il foro di martedì non era e non doveva essere una piazza di provincia su cui spandere emozioni.


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