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Trump spinge verso la Brexit

LONDRA/PROMETTE “ACCORDI FENOMENALI”, INCONTRA MAY E SI SCONTRA CON CORBYN

di Alessandro Logroscino


LONDRA. Donald Trump apre le braccia alla Gran Bretagna del dopo Brexit, ma apre anche le fauci: deciso a dettare le condizioni di un futuro accordo e - se possibile - a scegliere quali interlocutori avere e quali escludere. Nella seconda giornata della sua visita di Stato nel Regno Unito, il presidente americano affronta con baldanza i colloqui politici con una Theresa May ormai in disarmo - evitando di infierire, ma mettendo già sotto la lente i successori più graditi -, mentre liquida sbrigativamente come “fake news” le attese proteste di piazza contro di lui. E si vendica delle contestazioni del leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, fino all’affronto senza precedenti di rifiutare un colloquio all’uomo che potrebbe pur sempre - in caso di elezioni anticipate - ritrovarsi a essere il prossimo primo ministro del Regno. Approfittando delle convulsioni della incipiente crisi di governo a Londra, The Donald tiene banco. Si gode la pomposità dell’accoglienza protocollare riservatagli dalla regina e dalla Royal Family, ignora gli echi di qualche sua gaffe o i malumori attribuiti alla connazionale Meghan Markle, neo duchessa di Sussex, come al consorte Harry, ed entra secondo costume a gamba tesa nelle vicende interne del Paese alleato. La special relationship - assicura sia nella tavola rotonda del mattino con il mondo del business sia nel successivo vertice allargato alle delegazioni di Downing Street - è destinata a durare “in eter- no”: fondata sui valori comuni e sulla storia, come gli fa eco la May rievocando i 75 anni del D-day che saranno commemorati, dapprima a Portsmouth e poi in Normandia. Un passato che nella visione del presidente-tycoon può rinnovarsi ora anche grazie all’uscita di Londra dall’Ue. “La Brexit si farà e deve farsi, perché il Regno Unito è sovrano”, sottolinea al riguardo Trump nella conferenza stampa congiunta con la premier britannica uscente, sotto gli occhi della first lady Melania - affiancata in ombra dal first husband Philip May - e dei figli Ivanka, Eric, Donald Jr. e Tiffany. Poi chiuderemo “un accordo commerciale fenomenale, ne sono sicuro”, incalza, non senza aggiungere di considerare “tutto sul tavolo”: incluso il dossier del possibile ingresso di capitali privati Usa nella sanità pubblica d’oltremanica, con-

siderato alla stregua di un incubo umiliante da Corbyn e dalla sinistra, ma anche da esponenti politici isolani di altre forze, conservatori moderati compresi. Per il resto i toni sono comunque concilianti. Senza polemiche neppure sulle questioni in cui la sintonia con gli alleati britannici vacilla di più, dall’Iran ai cambiamenti climatici, fino alle esitazione di Downing Street rispetto al bando decretato da Washington contro la partecipazione del colosso cinese Huawei nelle forniture per la rete di telecomunicazioni 5G. “Troveremo un’intesa su tutto”, taglia corto il magnate, smentendo le minacce d’ipotetici contraccolpi nella cooperazione d’intelligence con i servizi di Sua Maestà. Un’intesa per la quale tuttavia serve un partner, il cui profilo Trump sembra ora voler passare in rassegna nemmeno si trattasse di una puntata di The Apprentice, suo vecchio show televisivo. Ecco spiegati gli incontri con i ministri Michael Gove e Jeremy Hunt, ritenuti in pole position per la successione alla May in alternativa a Boris Johnson: il brexiteer ultrà, non alieno all’idea trum- piana d’un divorzio no deal da Bruxelles, a cui finora era parso andare il suo endor- sement esclusivo, ma che oggi si riscopre indicato solo come uno dei 3 candidati da scrutinare. Tanto da adontarsene e da rinunciare egli stesso al faccia a faccia dopo una telefonata pur “amichevole”. Nulla di amichevole viceversa con Corbyn, reo di aver boicottato il banchetto reale ieri in opposizione all’onore della visita di Stato concessa all’ospite americano, ma disponibile a un incontro di lavoro che il presidente non esita a negargli in diretta tv bollandolo come “una forza negativa”. Da qui la replica del leader laburista, affidata a un comizio di fronte alla piazza anti Trump (colorata e irridente, con migliaia di persone presenti sebbene non nel numero oceanico atteso), in cui risuona un secco no alla “politica che divide”. “Io sono fiero d’avere a Londra un sindaco musulmano”, rilancia poi Corbyn riferendosi al compagno di partito Sadiq Khan, insultato in questi giorni come “perdente totale” del presidente. Sindaco che del resto non si mostra a sua volta intimidito e che in un’intervista replica a muso duro additando il Trump trionfante come modello “dell’estrema destra” globale: “poster boy di quei leader i cui punti di vista - in Ungheria, in Italia, in Francia o qui da noi nel Regno Unito - io trovo ripugnanti”.

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