“Un codice rischioso”
- Redazione

- 9 ago 2017
- Tempo di lettura: 3 min
MIGRANTI/INTERVISTA CON IL GIURISTA PROF. PASQUALE DE SENA

Il codice per le Ong in sé non infran-ge norme internazionali, ma la sua messa in atto rischia di produrre gravi violazioni delle norme sul soccorso
lo del rimpatrio?
"Se le persone rinviate nel loro Paese d'origine subiscono trattamenti disumani e degradanti, a risponderne potrebbe essere l'Italia. E se ci fossero soggetti che hanno titolo all'asilo, potrebbe aversi anche una vio- lazione dell'art. 33 della Convenzione di Gi- nevra sui rifugiati. Non dimentichiamo che vi sono testimonianze attendibili secondo cui il trattamento riservato a costoro nei centri anti-immigrazione nelle carceri libiche sarebbe contrario alle più elementari norme sui diritti umani. Quindi affidare i migranti alla guardia costiera libica potrebbe implicare conseguenze gravi".
- Per quale via?
"Le stesse persone interessate potrebbero citare l'Italia davanti alla Corte europea dei diritti dell'Uomo come è avvenuto col caso Hir- si in cui l'Italia è stata condannata. È chiaro che l'Italia ha difficoltà a sopportare questo flusso di migranti, che non dovrebbe ricadere solo sul nostro Paese. L'impressione è che, non avendo questo governo la forza politica di pretendere l'assunzione di responsabilità di Stati e istituzioni europee (richiamate a gran voce da Renzi), si sia scelta la scorciatoia della pressione sulle ong. Ciò che in ultima analisi si scarica sulle vittime della tragedia in atto. Le Ong interessate, ove si trovassero impedite nell'esercizio della loro azione di soccorso, potrebbe- ro spingere le persone lese a citare lo Stato italiano di fronte alla Corte europea dei diritti dell'Uomo per le conseguenze concrete che dal codice possono derivare".
in mare e dei diritti umani". È l'opinione di Pasquale De Sena, docente di Diritto Internazionale alla Cattolica di Milano, interpellato all'indomani delle frizioni nel governo.
"Di per sé - spiega il giurista - il codice impone solo oneri e non obblighi alle Ong, al fine di beneficiare della cooperazione italiana nelle operazioni di soccorso. Ma proprio l'imposizione di tali oneri potrebbe ostacola- re di fatto i soccorsi delle Ong, quei soccorsi ai quali lo stesso Stato italiano è obbligato".
- Quali sono i passaggi più discutibili del Codice?
"Per esempio non si capisce perché non possano essere trasferiti da un'imbarcazione all'altra i migranti caricati da una Ong. Anche sui militari armati a bordo mi chiedo se sia lo strumento migliore di dissuasione contro gli scafisti o se sia essenzialmente un mezzo di dissuasione nei confronti di disperati. Il fatto che possa esserci un traffico di esseri umani non dispensa di per sé gli Stati, e quindi anche l'Italia, dall'obbligo di salvataggio: una cosa è perseguire i trafficanti un'altra sono i soccorsi. E c'è l'obbligo di prestare soccor-so anche se le navi sono portate in mare da trafficanti. Le norme internazionali sui diritti umani, inoltre, dicono che gli Stati nella cui giurisdizione ricadono le imbarcazioni, sono responsabili. Se un barcone viene avvi- cinato dalla guardia costiera e quest'ultima interviene sulla gestione del barcone, da quel momento l'Italia è responsabile del rispetto non solo degli obblighi imposti dal diritto del mare, ma anche dei diritti umani delle persone coinvolte". - Questo tema si salda anche con lo del rimpatrio? "Se le persone rinviate nel loro Paese d'origine subiscono trattamenti disumani e degradanti, a risponderne potrebbe essere l'Italia. E se ci fossero soggetti che hanno titolo all'asilo, potrebbe aversi anche una vio- lazione dell'art. 33 della Convenzione di Gi- nevra sui rifugiati. Non dimentichiamo che vi sono testimonianze attendibili secondo cui il trattamento riservato a costoro nei centri anti-immigrazione nelle carceri libiche sa- rebbe contrario alle più elementari norme sui diritti umani. Quindi affidare i migranti alla guardia costiera libica potrebbe implicare conseguenze gravi". - Per quale via? "Le stesse persone interessate potrebbero citare l'Italia davanti alla Corte europea dei di- ritti dell'Uomo come è avvenuto col caso Hir- si in cui l'Italia è stata condannata. È chiaro che l'Italia ha difficoltà a sopportare questo flusso di migranti, che non dovrebbe ricadere solo sul nostro Paese. L'impressione è che, non avendo questo governo la forza politica di pretendere l'assunzione di responsabilità di Stati e istitu- zioni europee (richiamate a gran voce da Ren- zi), si sia scelta la scorciatoia della pressione sulle ong. Ciò che in ultima analisi si scarica sulle vittime della tragedia in atto. Le Ong in- teressate, ove si trovassero impedite nell'eser- cizio della loro azione di soccorso, potrebbe- ro spingere le persone lese a citare lo Stato italiano di fronte alla Corte europea dei diritti dell'Uomo per le consegue
















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