Un “Great game” rischioso
- Redazione

- 28 gen 2017
- Tempo di lettura: 3 min
TRUMP-MAY/NEGOZIATO IN SALITA PER LONDRA. TIMORI PER LA CRESCITA

Nel loro vertice a Washington, Theresa N May e Donald Trump farebbero bene a dedicare un pensiero a Winston Churchill, che ai primi del novecento disse che “le transazioni commerciali, al pari della pietà, sono doppiamente benedette, perché conferiscono un beneficio a entrambe le parti”. La premier britannica perché ha molto da perdere nel negoziato con cui punta a un rapporto commerciale privilegiato con gli Usa che non è affatto scontato, e che fa a pugni con le ambizioni globaliste del suo governo post- Brexit. Trump perché la svolta protezionistica promessa agli americani, a cui sembra voler tenere fede, è piena di insidie: “Se si arriva alle tariffe sull’import - spiega Alberto Forchielli, esperto di commercio estero e numero uno di Mandarin Capital - non so dove va a finire l’economia Usa. Le tariffe fanno molto male agli altri. Pero si fa male anche l’America”. L’iniziativa britannica tesa a rilanciare la ‘special relationship’ fino a resuscitare l’“Anglosfera”, l’alleanza con Washington per “guidare il mondo”, più che un’offensiva sembra una contromossa di difesa di fronte alle grosse difficoltà nel negoziato per uscire dall’Unione europea. Che non cede sulle concessioni che Londra vorrebbe e che sono importantissime per un Paese che ha in Europa il suo primo partner commerciale, cui vende 227 miliardi, il 45% del suo export totale. Nasce da questa difficoltà la necessità della sponda americana. Ma ci sono alcuni caveat: secondo Forchielli l’accordo commerciale con gli Usa “rischia di essere una gran fregatura per Londra, perché Trump punta a negoziati bilaterali con Paesi piccoli proprio per dettare le regole”. Adam Posen, ex Bank of England e ora presidente del think tank Peterson a Washington, conferma: “per compensare il declino degliscambi con l’Ue ci vorrebbe una svolta con gli Usa” ma al contrario “ci sono un sacco di motivi per credere che ci saranno molti pochi vantaggi”, e che questi “saranno una frazione molto piccola di quello che Londra ha da perdere”. Strada in salita per Londra, dunque, che difatto - ricorda ancora Forchielli - è un avversario commerciale importante di Washington in settori chiave: dai servizi finanziari all’agricoltura alla farmaceutica. Ecco spiegata la cautela che la May chiede a Trump nei rapporti con l’Ue, con cui l’aspettano anni di negoziato seato su Brexit. E qui entra in gioco la natura del nuovo presidente Usa. I più si aspettavano prudenza, una volta preso l’incarico. Invece Trump fa sul serio, dal muro con il Messico alla ‘Border Tax’. Al Congresso lavorano a un disegno di leggeper imporre dazi. In ballo ci sono 65 miliardi di dollari di disavanzo commerciale col Messico, 57 con la Ue e 75 se si prende la sola Germania. E qualcosa come 370 miliardi di deficit verso la Cina. Cifre così colossali che un negoziato a muso duro sui dazi, in grado di innescare una corsa alla rappresaglia, potrebbe sconvolgere l’economia globale finendo per danneggiare gli stessi Stati Uniti. “Nessuno può escludere del tutto il rischio di una recessione globale”, avverte Forchielli. Il Fondo monetario internazionale potrebbe dover tagliare la stima di crescita globale 2017 rispetto all’attuale 3,4%, che fa perno su due motori, Cina e Usa, dalle dubbie prestazioni. Potrebbe essere solo l’inizio. Un’offensiva protezionistica di Washington contro la Germania rischia di mandare in tilt l’intera Europa. E poi c’è la Cina. Trump ha molti buoni motivi per voler riequilibrare i rapporti con Pechino, ma deve fare attenzione. “L’idea che la Cina sia il traino economico mondiale è un errore”, avverte Kyle Bass, di Hayman Capital Management. Per Forchielli, che guida un private equity specia- lizzato nel portare in oriente aziende europee, la Cina “è un cavallo stanco”. Il pilastro immobiliare vacilla, il sistema bancario potrebbe necessitare di costose ricapitalizzazioni ma continua a finanziare una enorme espansione creditizia. Le riserve in valuta estera, a 3.000 miliardi di dollari, sono a un passo dalla soglia di pericolo dei 2.600. Il momento di una necessaria ristrutturazione si avvicina proprio nel momento in cui Trump vuole la resa dei conti: ma se si muovesse come un elefante nella cristalleria, il presidente Usa rischierebbe di destabilizzare un sistema molto fragile.
















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