Una gara di impopolarità
- Redazione

- 9 set 2016
- Tempo di lettura: 3 min
CASA BIANCA 2016/TRA I DUE CANDIDATI TRUMP E CLINTON

Gli “esperti” elettorali americani già preparavano un funerale: quello di Donald Trump. Un sondaggio dopo l’altro nelle ultime due settimane lo davano in declino costante e accelerato e soprattutto sempre più lontano da una trionfante Hillary Clinton. Un verdetto irrevocabile a due mesi dalle elezioni presidenziali, tanto sicuro che il grande pubblico a quei sondaggi aveva smesso di guardare. Poi è arrivato l’ultimo, autorevolissimo, firmato Cnn e i primi lettori sono stati tentati di capovolgere il foglio che, letto così, sembrava proprio sbagliato. Invece è autentico e dà Donald Trump in testa. Di un margine minimo ma, se la tendenza verrà confermata, autore di un importante recu-pero, fruitore di una inversione di tendenza. Magari immeritata, ma che importa in questa campagna elettorale contrassegnata soprattutto dalle gaffe e dalle bugie; autore Trump soprattutto delle prime, manovratrice l’altra delle “distorsioni” di verità. E invece. Mentre Trump si dedicava a una “doppietta” destinata, secondo gli esperti, a essere controproducente (un viaggio a Città del Messico per incontrarsi con il presidente di un Paese con cui egli è apparentemente in guerra a causa della sua posizione sull’immigrazione e la visita a un centro di mobilitazione religiosa e politica dei Neri americani) i computer elaboravano i dati di quei sondaggi: Trump 45 per cento, Clinton 43. Il candidato repubblicano ha avuto un sussulto di gioia e ha tweettato un grosso “Grazie”. Quella democratica si è precipitata a trovare conforto in un altro sondaggio condotto dalla Washington Post e su dati parziali che la vede invece in vantaggio di quattro punti. In realtà queste intenzioni di voto raccontano un’altra storia, che non è quella di una improvvisa ascesa di Trump bensì quella di un crollo della sua avversaria. Riguardiamo i dati: col 45 per cento non si arriva alla Casa Bianca e il “recupero” del repubblicano è di dimensioni minime e non cambierebbe molto se non fosse invece per la frana della sua avversaria. Una chiave numerica dello spostamento deve includere a questo punto gli altri elettori, quelli che hanno rifiutato di scegliere fra i due e si sono orientati sugli altri due candidati, chiaramente di “disturbo”, il libertario Gay Johnson con il 7 per cento, l’ecologista Jill Stein con il 2 per cento. Va notato subito che quest’ultima può avere “rubato” una manciata di voti alla Clinton, ma che soprat
tutto Johnson avrà portato via gran parte dei suoi suffragi a Trump, cui è politicamente vicino. Lo spostamento, dunque, c’è ma costituito soprattutto da un rifiuto della candidata democratica. Non è una sorpresa. Un altro sondaggio quasi contemporaneo consisteva in una domanda, rivolta a proposito di ciascuno fra i due candidati maggiori: “Vi piace Donald Trump?” e “Vi piace Hillary Clinton?”. Le risposte sono state “Non mi piace Trump” al 60 per cento, “Non mi piace Hillary Clinton” al 59 per cento. Non è una sorpresa, allora. Lo sapevano tutti o quasi che questa campagna elettorale ameri-cana è una gara di impopolarità, che ha principalmente due motivi. Il primo, ovvio, è la scelta dei candidati: entrambi i partiti non potevano nominarne di peggiori. Trump per i suoi modi, per la sua faccia, per le sue gaffe; le stesse che gli hanno permesso di conquistare la candidatura “stracciando” di sorpresa tutti i leader storici del Partito repubblicano, ma che lo tormentano nella “finale” che ora che si è aperta con la scelta del rivale. I democratici, invece, soffrono del problema opposto: la nomina di Hillary era scontata, come prosecuzione di un ciclo dinastico o almeno familiare. Lei stessa l’ha espresso in una formula felice anche se dema- gogica e scontata: “Io sono la figlia di una madre e la madre di una figlia”. Niente padri, niente mariti, niente figli: non male per le militanti femministe. Ma in realtà Hillary è alle porte della Casa Bianca perché è “moglie di un presidente e madre, questo sì, di una figlia che anche lei vorrà un giorno diventare presidente”. I mezzi li ha, soprat- tutto finanziari, ma anche l’interno esta- blishment, in modo più scoperto i mass media. La cui faziosità è stata espressa paradossalmente in una vignetta. Che mostra tre alte montagne sulle cui vette compaiono altrettante notizie: “Lo scandalo di Hillary a Bengasi”, “Lo scandalo delle e-mail di Hillary Clinton”, “Scandalo della Fondazione Clinton” e sotto sull’erba una dozzina abbondante di reporter della Washington Post muniti di lenti di ingrandimento e in ginocchio per scrutare un mucchietto di terra su cui c’è scritto “Trump”. È un’esagerazione, certo: ma che cosa non lo è in questa campagna elettorale Usa? Che potrebbe concludersi, contrariamente ai dubbi che insorgono oggi, con una doppia vittoria di Hillary Clinton: nella corsa alla Casa Bianca e nella gara di impopolarità.
















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