Usa e Corea più vicini
- Redazione

- 14 mag 2017
- Tempo di lettura: 2 min

NEW YORK. La ricerca del dialogo intorno alle vicende complesse coreane ha i contorni della formula “le giuste condizioni”, ripetuta in successione dal presidente Usa Donald Trump, pochi giorni fa dal neo presidente sudcoreano Moon Jain e, a sorpresa ieri, da una diplomatica di primissimo livello, Choe Son-hui, a capo dell’Ufficio dei rapporti con gli Stati Uniti del ministero degli Esteri di Pyongyang. Il tycoon,in uno dei repentini cambi di rotta tra minacce di azione militare e richiami alla Cina per un suo maggiore impegno sullo storico alleato perché abbandoni nucleare e missili, ha addirittura ammesso che sarebbe stato “onorato” d’incontrare il leader Kim Jong-un, sempre e naturalmente a “certe condizioni”.
“Se sono soddisfatte le giuste condizioni, terremo il dialogo” con Washington, ha detto Choe, all’aeroporto di Pechino prima di rientrare a Pyongyang dopo aver partecipato a inizio settimana agli incontri di Oslo, basati sul confronto con indipendenti e funzionari legati all’amministrazione Usa.
Suzanne Di Maggio, a capo del think tank New America e attiva nei negoziati dell’amministrazione Obama con l’Iran, ha guidato il gruppo d’esperti tra cui Thomas Pickering, ex ambasciatore americano all’Onu, e Robert Einhorn, speciale advisor del Dipartimento di Stato su non proliferazione e controllo delle armi.
Sull’amministrazione di Moon, che mercoledì all’insediamento ha detto di essere aperto ad andare a Pyongyang sotto “le giuste condizioni”, Choe ha notato che “dobbiamo aspettare e vedere”. Pechino resta il perno di ogni soluzione e gli ultimi sviluppi colpiscono per la tempistica. Il fatto che il Nord non abbia finora effettuato, come temuto, il sesto test nucleare ha aiutato almeno a congelare le tensioni fino a spingere la Cina a tentare un’ardita operazione.
A poche ore dall’avvio del “Belt and Road Forum for International Cooperation”, la nuova via della Seta via mare e terra lanciata quattro anni fa dal presidente Xi Jinping, sono giunte a Pechino le delegazioni della Corea del Sud, del Nord e Usa,
guidate rispettivamente da Park Byung-seok, deputato del partito Democratico e molto vicino al presidente Moon, da Kim Yong-jae, diplomatico di lungo corso e ministro dell’Economia estera (che dovrebbe vedere funzionari cinesi sull’allentamento delle sanzioni Onu per le violazioni sul bando su nucleare e missili), e Matt Pottinger, direttore per l’Asia del National Security Council e advisor di Trump.
Kim e Pottinger avrebbero dovuto partecipare alla stessa sessione dedicata al commercio, ma nell’ultima bozza del programma il secondo risulta nel panel sulle infrastrutture. La mossa sarebbe legata all’irritazione di Washington per l’invito inatteso di Pechino a Pyongyang. “Dato che siamo nella stessa
sala conferenze per tutto il giorno, ci potrebbe essere un contatto”, ha detto Park sull’ipotesi di poter “incrociare” Kim nella due giorni. Secondo funzionari Usa, l’incontro tra Choe e gli esperti americani non aveva nulla a che fare con Washington: è dato per certo che la diplomatica del Nord abbia voluto conoscere meglio l’amministrazione Trump e i suoi possibili passi verso Pyongyang.
Di recente, fonti diplomatiche riprese dai media nipponici hanno parlato di una proposta del tycoon: accogliere Kim Jong-un alla Casa Bianca se Pyongyang abbandona nucleari e missili.
















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