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Versione finale concordata


TASSE/LA COMMISSIONE CONGIUNTA HA ARMONIZZATO I TESTI DELLE DUE CAMERE


WASHINGTON. Donald Trump è ad un passo dal suo primo successo politico e legislativo, l’unico da rivendicare dopo il primo anno alla Casa Bianca: la maggiore riforma riforma fiscale degli ultimi 30 anni, con tagli alla tasse per 1500 miliardi di dollari, di cui beneficeranno in particolare le aziende (l’aliquota scende dal 35% al 21%), i più ricchi (dal 39,6% al 37%) ma anche la middle class. La commissione congiunta di Camera e Senato ha armonizzato i testi delle due Camere e concordato la versione definitiva, che dovrebbe essere votata martedì prossimo, consentendo al presidente di firmare la legge entro Natale.

Con la rivincita anche di veder abolite le sanzioni per il manca- to acquisto di una polizza sanitaria, cancellando così l’obbligo previsto dall’ Obamacare. Venerdì la Borsa era euforica e ha chiuso aggiornando il suo record, il 69/mo dell’era Trump.

Il provvedimento sembra avere l’appoggio necessario in Senato, dove la maggioranza repubblicana è risicata (52 a 48). Trump ha incassato l’appoggio di due senatori finora aperta- mente contrari. Marco Rubio è tornato sui propri passi dopo aver strappato il raddoppio delle deduzioni per i figli.

Anche Bob Corker ha annuciato il suo sostegno al testo rivisto, dopo aver votato no alla prima stesura del Senato: “Non è perfetto. Avremmo potuto raggiungere un consenso bipartisan che avrebbe evitato un aumento del debito. Ma dopo un’attenta valutazione ritengo che sia l’opportuni- tà che capita una volta nella vita per rendere gli Stati Uniti più competitivi a livello internazionale. E’ una chance da non sprecare”. In effetti si tratta di una vera e propria rivoluzione fiscale, la prima di così ampia portata nei tempi della globalizzazione.

Trump e i repubblicani sono convinti che la riforma, pur aumentando nell’immediato il debito, si ripagherà da sola, aumentando i ritmi di crescita già sostenuta dell’economia americana, creando più posti di lavoro e facendo tornare in Usa le aziende che hanno delocalizzato.

Trump già oggi ha previsto un aumento dell’economia fino al 6%. La riforma inquieta Europa e Cina che temono con- traccolpi per la maggiore competitività americana.

Trump e il Grand Old Party non possono permettersi di fallire in vista delle elezioni di Midterm a fine 2018, dopo aver perso le recenti elezioni del governatore in Virginia e in New Jersey, nonché il seg- gio senatoriale in Alabama con il contro- verso candidato Roy Moore. Restano da convincere ancora tre senatori indecisi ma che sembrano aver apprezzato gli ultimi sforzi di sintesi: Susan Collins, Jeff Flake e Mike Lee.

John McCain è ricoverato in ospedale per le cure anti cancro ma dovrebbe esse-

re in grado di votare all’inizio della prossima settimana. Le aziende sono le grandi vincitrici dell’accordo: la corporate tax nel 2018 passerà permanentemente dal 35% al 21%, le spese di ricerca e sviluppo saranno deducibili, la alternative minimum tax (tassa sui redditi che scatta con aliquota unica sopra una certa soglia di reddito) verrà eliminata, i titolari di attività ‘pass-through’ (padroncini e partnership) avranno deduzioni sino al 20%. La tassazione delle multinazionali si baserà su un sistema territoriale in cui saranno tassati soli i profitti domestici, mentre per il rimpatrio degli asset è prevista una tas- sa del 7,5% (14,5% per il cash).

Regalino anche per il real estate, il regno di Trump: la tassa del 40% sarà applicata agli immobili sopra gli 11,2 milioni (ora 5,6 mln). Per quanto riguarda le persone fisiche, vengono mantenute le 7 aliquote: 10%, 12%, 22%, 24%, 32% e per i più ricchi (redditi da 500-600 mila dlr), 37% anziché il 39,6%. Diverse la deduzioni per le famiglie.


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