Via dalla Siria al più presto
- Redazione

- 1 apr 2018
- Tempo di lettura: 2 min
RUMP PENSA DI RITIRARE LE TRUPPE E CONGELA 200 MILIONI DI DOLLARI IN AIUTI

NEW YORK. C’è un’idea che ronza nella testa di Donald Trump (nella foto Ansa) negli ultimi tempi: ritirarsi dalla Siria, ora che l’Isis è quasi definitivamente sconfitta. Richiamare a casa le truppe americane, circa duemila soldati, prima che rimangano ancor di più impantanate nelle paludi di una guerra civile infinita. Anche se questo potrebbe significare dare spazio all’influenza nell’area di Iran e Russia.
“Lasciamo che siano ad occuparsene altri ora”, ha affermato candidamente Donald Trump in un comizio in Ohio, applicando il suo mantra dell’America First a una delle più sanguinose crisi internazionali. Proprio mentre la Francia di Emmanuel Macron, scossa da un nuovo attacco jihadista, annuncia un incremento della sua presenza militare proprio in Siria, per rafforzare la lotta alle ultime sacche di resistenza dello stato islamico. “Usciremo molto presto da lì”, ha assicurato invece Trump. Intanto la sua amministrazione ha deciso di congelare 200 milioni di dollari in aiuti per la ripesa e la stabilizzazione del Paese mediorientale. Soldi che erano stati annunciati dall’ex segretario di Stato Rex Tillerson poco prima di essere costretto a lasciare il suo incarico di governo per evidenti differenze di vedute con il presidente.
Una mossa, quella di bloccare i fondi, che in molti leggono come il primo passo di una exit strategy di cui alla Casa Bianca si sarebbe cominciato a parlare da tempo. Trump potrebbe scoprire le carte già all’inizio di questa settimana, quando si riunirà il Consiglio per la sicurezza nazionale con tutti i più stretti consiglieri del tycoon e i vertici militari.
In agenda proprio la campagna militare contro l’Isis condotta in Siria dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti. Probabile che il presidente americano faccia pesare il suo crescente scetticismo sul coinvolgimento Usa nel Paese mediorientale.
Ma dovrà vedersela innanzitutto con il numero uno del Pentagono, James Mattis, e con i suoi generali, che frenano su una uscita di scena prematura degli Stati Uniti. Perché se è vero che l’Isis ha oramai perso il 98% dei territori che aveva
sotto il suo controllo in Iraq e in Siria, non è ancora del tutto sconfitto. E il rischio di una controffensiva resta una preoccupazione reale.
Ma se Trump dovesse tirare dritto per la sua strada dovrà vedersela anche con alleati del calibro di Israele eArabia Saudita, che temono la crescente influenza nella regione di Teheran e Mosca. Attualmente i duemila soldati Usa in Siria sono in gran parte impegnati a sostenere le forze dell’opposizione democratica che combattono lo “Stato islamico”, un gruppo che è composto da militanti per il 50% arabi e per l’altro 50% curdi.
















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